Piazza della Resistenza
Piazza della Resistenza
(1943 – 1945)

La Resistenza è parte significativa del patrimonio storico, politico e spirituale dell’Europa.
In tutti i territori occupati dai nazifascisti, in maniera più o meno incisiva, si sviluppò una resistenza armata affiancata ad altre forme di opposizione all’occupante e ai collaborazionisti locali. Si può, dunque, affermare che la Resistenza abbia già avuto origine dal settembre 1939, in Polonia, con l’inizio della guerra stessa e che nacque ovunque arrivarono le truppe dell’Asse.
Molto diversi per composizione, efficacia, estensione, e spesso divisi al loro interno da profonde differenze ideologico-politiche, i movimenti di resistenza furono accomunati dalla scelta di combattere in nome di un ideale di libertà, spesso accompagnato da un progetto di trasformazione della società, una volta sconfitto il nazismo.
La presenza di motivazioni politiche, accanto a quelle di ordine patriottico, fu particolarmente forte in paesi come Polonia, Jugoslavia e Italia dove l’occupazione tedesca si era accompagnata alla disgregazione dello Stato e alla crisi delle classi dirigenti, e dove, quindi, la lotta di liberazione ebbe anche il carattere di ricerca di un nuovo ordine politico e sociale.

Anche in Italia, dopo il comunicato della resa dell’8 settembre 1943, iniziò una tragica guerra di liberazione dal nazifascismo che si concluderà solo il 25 aprile 1945 con l’appello del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) all’insurrezione generale.
Il grosso delle forze della Resistenza italiana fu composto da unità che lottavano per un’Italia profondamente diversa dal passato, democratica o addirittura rivoluzionaria.
In tutta l’Italia settentrionale molti dei soldati allo sbando vennero intercettati da militanti antifascisti, con i quali in montagna si cominciò ad organizzare “bande di partigiani”, come furono chiamati i partecipanti ai movimenti di Resistenza.

A queste formazioni si unirono, nelle settimane seguenti all’armistizio, i giovani che non accettavano di farsi reclutare nelle nuove forze armate asservite ai tedeschi o che temevano di essere deportati nei campi di lavoro forzato in Germania. A loro si aggiunsero altri volontari antifascisti: operai, intellettuali, ma anche persone semplici come contadini. Tra questi un contributo significativo venne dai meridionali – circa un terzo del totale dei partigiani – emigrati o figli di emigrati, in cerca di lavoro, o soldati che si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò.
Dalle migliaia di “cospiratori antifascisti” si passò in poche settimane alle decine di migliaia di “partigiani” fino a costituire veri e propri eserciti, appoggiati da centinaia di migliaia di famiglie che li protessero e li aiutarono, e da milioni di italiani che stavano silenziosamente dalla loro parte. Uniti contro il fascismo e i tedeschi, anche in Italia i partigiani avevano tuttavia ispirazioni politiche diverse e progetti diversi sul futuro del Paese.
Tra le centinaia di formazioni che operavano in montagna, la maggioranza era inquadrata nelle “Brigate Garibaldi”, su posizioni dichiaratamente comuniste. Erano però presenti, soprattutto in Piemonte, anche i partigiani della sinistra democratica di “Giustizia e Libertà”. In Veneto e in Friuli agivano consistenti formazioni cattoliche, mentre minoritaria era la presenza delle “Brigate Matteotti”, socialiste, e quella degli “autonomi”.
Nelle principali città agivano i Gap (Gruppi di azione patriottica), legati ai garibaldini. I “gappisti” vivevano in assoluta clandestinità, compivano sabotaggi e attentati (di cui il più noto è quello di Via Rasella a Roma) contro i militari tedeschi e diffondevano le prime copie della stampa clandestina.
Un contributo fondamentale alla Resistenza venne dato infine da circa 700.000 I.M.I. (Internati Militari Italiani). Si trattava di soldati che subito dopo la comunicazione dell’armistizio si erano rifiutati di proseguire la guerra al fianco dei tedeschi e che per questo vennero deportati in Germania. Tra questi vi furono molti cittadini conversanesi.
Anche nel loro ricordo occorre sforzarsi di continuare a camminare sui sentieri della pluralità delle idee e della concordia. Il futuro del Paese e della nostra comunità cittadina dipendono dalla capacità di essere custodi di questo immenso patrimonio consegnatoci dai nostri genitori e dai nostri nonni.