Via della Vittoria
Via della Vittoria
(Vittoria italiana di Vittorio Veneto, 24 ottobre – 4 novembre 1918)

Allo scoppio nel 1914 del primo conflitto mondiale l’Italia era alleata degli Imperi centrali in forza della Triplice Alleanza stipulata fin dal 1882 con Germania e Austria. Il governo però, in assenza di una consultazione da parte degli alleati e per il carattere offensivo della guerra, dichiarò la propria neutralità. Infatti nel Paese si contrastavano due posizioni: gli interventisti (divisi tra chi chiedeva un intervento a fianco dell’Alleanza e altri invece favorevoli all’Intesa con Francia e Inghilterra) e i neutralisti che comprendevano i giolittiani (che consideravano l’Italia non pronta ad affrontare la guerra per ragioni economiche e militari), i socialisti e i cattolici (contrari alla guerra per ragioni ideologiche e di culto). In realtà i rapporti con l’Austria si erano negli ultimi tempi raffreddati, in primo luogo per la questione delle terre irredente (Trento e Trieste) ancora sotto il dominio austriaco.
Nel 1915 si strinsero gli accordi segreti con la Francia e l’Inghilterra (patto di Londra) che prevedevano per l’Italia, in caso di vittoria, l’assegnazione delle terre irredente e dei territori balcanici dell’Istria e della Dalmazia. Quindi, il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco delle potenze della Triplice Intesa.
L’Austria aveva predisposto un solido schieramento difensivo sulle posizioni di confine lungo l’Isonzo e le alture del Carso e, d’altra parte, i mezzi offensivi dell’esercito italiano erano scarsi: le cosiddette “battaglie dell’Isonzo” combattute dal generale Cadorna per sfondare le linee austriache lungo il fiume Isonzo (1915-1916) ottennero scarsi risultati e su questo fronte la guerra assunse carattere di logoramento.
L’attacco degli Imperi centrali sul fronte orientale segnò lo sfacelo definitivo dell’esercito russo, per cui i bolscevichi saliti al potere nel 1917 dopo la rivoluzione interna alla Russia trattarono l’armistizio e stipularono i negoziati di pace nel marzo 1918: la Russia rinunciava alle province baltiche, alla Polonia e all’Ucraina.
Sul fronte italiano una massiccia offensiva austro-tedesca ebbe inizio il 24 ottobre 1917 e penetrò in profondità, travolgendo le difese italiane dell’Isonzo e raggiungendo lo stesso giorno Caporetto (la “disfatta di Caporetto” fu il più grande insuccesso dell’esercito italiano). Dopo la sostituzione di Cadorna col generale Armando Diaz, gli Italiani riuscirono a respingere l’offensiva austro-tedesca sull’altopiano d’Asiago e sul Monte Grappa e la linea d’arresto fu stabilita sul Piave.
A settembre del 1818 sul fronte occidentale era ripresa l’avanzata anglo-franco-americana costringendo gli Imperi centrali a fare le prime richieste di armistizio. Allora il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, temendo che la guerra finisse senza una chiara vittoria italiana e approfittando anche delle condizioni politico-militari dell’Impero austro-ungarico ormai molto deteriorate, decise di passare all’offensiva e spinse l’esercito italiano nell’ultimo scontro armato: la battaglia di Vittorio Veneto o terza battaglia del Piave fu combattuta tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918 nella zona tra il fiume Piave, il Massiccio del Grappa, il Trentino e il Friuli. Attraversato il fiume Piave, il 29 le forze italiane liberarono Vittorio Veneto e poi raggiunsero Trento e, via mare, Trieste.
La battaglia di Vittorio Veneto fu caratterizzata da una fase iniziale duramente combattuta, in cui l’esercito austro-ungarico oppose energica resistenza, ma poi seguì un improvviso crollo della difesa, con la progressiva disgregazione dei reparti e le defezioni delle minoranze nazionali. La sera del 3 novembre 1918 fu firmato l’armistizio di Villa Giusti che sancì la fine dell’Impero austro-ungarico e la vittoria dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Il “Bollettino della Vittoria”, diramato dal generale Diaz il 4 novembre, descrisse in termini trionfalistici lo svolgimento della battaglia e i risultati dei combattimenti.
Sull’importanza storica della battaglia di Vittorio Veneto le valutazioni non sono concordi e sono variate nel corso del tempo: nella fase trionfale dopo la battaglia e nel periodo del fascismo, anche su impulso della propaganda di Mussolini, in Italia il valore dell’ultima battaglia fu esaltato fino a parlare di “Vittoria italiana” nella guerra mondiale, invece all’estero tali rivendicazioni furono ridimensionate, assegnando a quell’ultimo scontro bellico un ruolo del tutto minore sull’esito finale della guerra. Alcuni autori scrissero di «battaglia ideale», sostenendo che Vittorio Veneto non fu una vera battaglia vinta ma «una ritirata [delle forze austriache] che abbiamo disordinato e confuso».
Indubbiamente il crollo dell’impero asburgico accelerò i tempi per la cessazione delle ostilità: l’11 novembre i tedeschi dovettero firmare l’armistizio di Compiègne; l’imperatore asburgico Carlo I abdicò, il 12 fu proclamata la repubblica in Austria e il 16 in Ungheria. Le varie nazionalità si dettero governi autonomi, sicché il vecchio impero asburgico cessò di esistere.
In conclusione, la battaglia di Vittorio Veneto, se certamente non decise l’esito della Grande Guerra che nell’ottobre 1918 in pratica era già vinta dagli alleati, ne abbreviò probabilmente il corso finale e favorì una conclusione immediata con la resa della Germania.
Per stabilire le condizioni di pace fu riunita la Conferenza di Parigi e successivamente furono fissati i vari trattati che posero fine alla prima guerra mondiale.
L’Italia ottenne il confine alpino, ma rimasero insolute la questione adriatica con il nuovo Stato iugoslavo e quella dei compensi coloniali, questioni rinviate negli anni successivi con conseguenti motivi di persistente agitazione e irrequietezza.