Via Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti
(Fratta Polesine, 1885 – Roma, 1924)

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, deputato e segretario del PSU (Partito Socialista Unitario, il partito di Turati e Treves), viene rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma e ucciso. L’omicidio, preceduto nel settembre del 1921 da quello del deputato di Conversano Giuseppe Di Vagno, segna l’insediamento definitivo del regime fascista e dell’opposizione a Mussolini!
Matteotti solo dieci giorni prima in un appassionato discorso alla Camera aveva rivendicato la libera sovranità del popolo italiano domandando il rinvio della convalida degli eletti delle elezioni del 15 maggio inficiate da violenza diffusa. I socialisti chiedono il rinvio ma la proposta, messa ai voti dell’Assemblea, otterrà solo 57 voti a favore e 42 astenuti su 384 presenti e votanti.
Sarà l’ultimo discorso pubblico di “Tempesta”, come Matteotti veniva chiamato dai compagni di partito per il suo carattere battagliero. A chi si congratulava per il discorso Matteotti rispondeva sorridendo: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”.
Giacomo Matteotti nasce nel maggio 1885 a Fratta Polesine, nei pressi di Rovigo, da una famiglia agiata anche se “all’antica”, come lui stesso scrive alla fidanzata Velia Titta che poi sarà l’inseparabile compagna, decisiva per la sua vita.
Si accosta giovanissimo al Socialismo, al quale aderiva già suo fratello Matteo che ricopriva numerosi incarichi amministrativi e alla cui prematura scomparsa nel 1909 Giacomo assumerà le medesime funzioni, quasi a volerne proseguire idealmente l’opera.
Fu sindaco di Villamarzana, consigliere comunale e sindaco di molti comuni rodigini.
Consegue la laurea in giurisprudenza con lode all’Università di Bologna con una tesi sulla “recidiva” che dedica a suo fratello Matteo: un testo che i giuristi hanno ritenuto a lungo di attualità scientifica. Stimato da diverse scuole giuridiche e nonostante la sua produzione scientifica, è costretto a comunicare al suo maestro Lucchini la decisione di rinunciare al percorso accademico per seguire il suo impegno politico, pur conoscendone la “pericolosità”.
Abbraccia il Socialismo, nonostante la provenienza borghese, “per un alto ideale di civiltà e di redenzione insieme delle nostre plebi agricole” che saranno il riferimento incessante della sua azione politica “costante e laboriosa, dura e tenace, fondata sulla fiducia nella lenta ma sicura maturazione delle masse lavoratrici.”
Amministratore comunale di grande competenza e diligenza, fu “l’incubo dei Sindaci per la diligenza nello spulciare atti e bilanci e per le sue critiche inesorabili”. Lui stesso sindaco di vari Comuni della provincia di Rovigo e consigliere provinciale dal 1909.
Preso di mira dal nascente fascismo polesano, di tendenza soprattutto agraria, fu oggetto di numerose aggressioni e attentati: si ricorda quello più violento di Ferrara nel marzo 1921.
Eletto deputato al Parlamento con largo suffragio nel 1919, fu confermato nel 1921.
Socialista riformista, seguace di Filippo Turati, osteggiò la nascita del PCd’I (Partito Comunista d’Italia) nel 1921. Diventato, nel 1822, segretario nazionale del partito, intende il socialismo come un processo storico di lungo periodo da attuarsi mediante graduali conquiste, e come “una azione continua e intensa, con il massimo sforzo, educazione e disciplina”.
Parlamentarista irriducibile, considera la Camera dei Deputati unico luogo dove esercitare l’opposizione più intransigente, attraverso la fatica dello studio dei bilanci dello Stato e degli atti del Governo.
Nel 1923 pubblica “Un anno di dominazione fascista” con una spietata, molto documentata analisi dei soprusi del nascente fascismo in ogni regione d’Italia, fino ai comuni più sperduti del Salento; nel libro fa anche riferimento agli abusi e alle violenze del fascismo perpetrate a Bari e Conversano dopo l’assassinio del giovane deputato Giuseppe Di Vagno (settembre 1921).
Dopo le accuse di documentati brogli nelle elezioni del 15 maggio ‘21 pronunciate con il suo discorso del 30 maggio, mentre era in preparazione un altro intervento per denunciare i sospetti di corruzione del governo Mussolini, il pomeriggio del 10 giugno 1924 è rapito da una squadra agli ordini del capo del fascismo e accoltellato a morte. Il suo corpo vilipeso è ritrovato due mesi dopo nel bosco della Quartarella, non molto distante da Roma.
Un delitto del quale, solo mesi dopo, nel gennaio ‘25, Mussolini assumerà la piena paternità.

Con dirittura morale e grande coraggio Velia Matteotti scrive al ministro dell’Interno Federzoni: “Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno [che porterà il feretro da Roma a Fratta Polesine]: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta. Voglio viaggiare come semplice cittadina, … Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia” (la lettera di Velia Matteotti sarà pubblicata sul Corriere della Sera del 20 agosto 1924).
Il delitto Matteotti segna l’inizio del regime e costringe gli italiani impegnati in politica o comunque fedeli ai valori della libertà a scegliere da che parte stare.
Lo stesso Sandro Pertini si iscriverà al Partito Socialista Unitario sull’onda dell’emozione. “Mio ottimo amico – scrive da Firenze al segretario della Federazione del PSU di Savona il 18 agosto 1924 – ho la mano che mi trema, non so se per il grande dolore o per la troppa ira che oggi l’animo mio racchiude. Non posso più rimanere fuori del vostro partito, sarebbe vigliaccheria. Pertanto, pronto ad ogni sacrificio, anche a quello della mia stessa vita, con ferma fede, alimentata oggi dal sangue del grande Martire dell’idea socialista, umilmente ti chiedo di farmi accogliere nelle vostre file […]: ahi! serva Italia di dolore ostello nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello. Ti chiedo ancora di volermi rilasciare la Tessera con la sacra data della scomparsa del povero Matteotti […]
“Il morto si leva – dice Turati il 27 giugno 1924 – e parla. E ridice le parole sante, strozzategli nella gola […] che son Sue quand’anche non le avesse pronunciate […] perché sono l’anima Sua; le parole […] a monito dei futuri: “Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai… La mia idea non muore…”.